Thoughts

 

Ladra

 

Ti guardo le mani,
che cercano la vita
tra le righe di un giornale.
Ti guardo gli occhi
che si illuminano al sapore della ciliegia.
Ti guardo le braccia stanche
che hanno ancora bisogno di abbracciare.
Ti guardo le gambe
che vogliono vogliono vogliono
camminare, ancora.

Ascolto i tuoi racconti
perché tu hai visto tanto
e io mi sento di non essermi mai mossa.
Ascolto la tua gentilezza
che come una carezza ringrazia.
Ascolto il tuo dolore
perché non vuoi vedere tua figlia prendersi cura di te,
tu vuoi essere padre non figlio.

Cerco di prendere tutto
un sorriso
un ricordo
un consiglio
una carezza
un istante, in cui mi accorgo
che mi stai lasciando dei doni.
Tu sei un uomo ricco
perché hai vissuto con amore.
Hai voluto vedere il bene.
Non hai ascoltato la tua rabbia
non gli hai dato spazio
nel tuo cuore.
Io, come una ladra
prendo questa eredità
e la metto in tasca
velocemente
scappo, scappo
scappo per non perdere nulla
per non dimenticare
perché voglio che questo amore,
l’amore per la vita
rimanga sempre qui.

Nella mia tasca.

 

Mio Padre

 

Mio padre,
ama la marmellata
ama il pane fresco
ama leggere il giornale, tutto il giornale
ama la montagna
ama le canzoni degli anni 60
ama la sua Ninni
ama il buon vino
ama l’ultimo sigaro
ama il mare
ama il Sant’ Honoré
ama leggere i libri
ama la sua poltrona
ama indossare la colonia
ama raccontare la sua vita
ama i ricordi degli anni passati in Olivetti
ama andare al cinema
ama guidare mentre mia madre gli legge il giornale
ama guardare insieme vecchie foto
ama guardare i film western
ama il sole
ama l’aria fresca
ama Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald
ama il caffè tiepido
ama aggiustare le cose
ama ballare
ama essere abbracciato

Mio padre ama.

 

Amore a scadenza

 

Ti amerò fino a che esisteranno le galassie e
tutte le forme di vita.

Ma dai...devi sempre esagerare.

 

Anzi, ti amerò fino a che esisteranno le stelle,
gli oceani e i deserti saranno ricoperti di sabbia.

Quanta responsabilità !

 

Ok allora, ti amerò finché sarò in vita,
fino all’ultimo respiro .

Alleggerisci...,

 

Finché sarò in grado di intendere e volere.

Allora quando sarai un vecchio rincretinito
ti abbandonerò agli “Anni azzurri” senza neanche sentirmi in colpa.

 

Va bene, diciamo che ti garantisco il mio amore per i prossimi trent’anni.

Eh no scusa, ho diritto a passare la vecchiaia giocando a burraco con le amiche vedove.

 

Ti amerò finché saremo una famiglia...

Bene, quindi quando i figli escono di casa
liberi tutti!

.. finché sarai bella e spiritosa?

Stai sottovalutando il fascino della consapevolezza .

 

Allora, finché mi farai ridere .

Sorrisi pensando che l’ironia mi era sempre appartenuta.

 

Ho trovato, ho trovato quello che volevo dire.
Finché mi piacerà il tuo odore,
fino a quando sentirò il bisogno
di accarezzarti,
di perdermi tra le tue pieghe.

 

Mi sfioro’ lievemente gli occhi,
io non osai aprirli
per non disperdere quella gioia.

 

Quella era l’unica garanzia di cui avevo bisogno...

 

La felicità è una cosa semplice.

Dimmi papà come fai a essere felice?
E’ molto semplice, faccio una vita giusta!
Cosa vuol dire giusta?

Giusta per me, una vita su misura, faccio le cose che mi piacciono... Fammi un esempio.
La mattina mi alzo verso le sei, preparo la colazione,

mi faccio un bel caffè,
taglio il pane e mangio una bella fetta di pane burro e marmellata,
io sono goloso di marmellata
e poi fa bene al cervello.
Poi torno a dormire una mezz’oretta
ah! sapessi come e’ bello
infilarsi nel letto tiepido a pancia piena.
Dopo mi lavo.
Prima i denti.
Poi la barba e non dimentico mai il dopobarba così mi sento fresco.
Quando sono pronto,
confesso che ci vuole un po’ dati i miei ottantasette anni,
vado a comprare il pane fresco e il giornale.
A me piace leggere la Stampa.
Il Corriere è troppo dispersivo, invece la Stampa è precisa e concisa.
A casa dedico due ore alla lettura del giornale, ci vuole tempo a leggerlo bene....

Mentre mi raccontava pensai che sono anni che cerco la colazione giusta,
quella che ti fa alzare con gioia.
Ancora non l’ho trovata,
ogni mattina provo una nuova combinazione.
Caffè, fette biscottate e marmellata.
Cappuccino e biscotti.
Caffè, uova e frutta.
Tè, gallette di riso e ricotta.
Succo d’arancia, porridge d’avena e miele.
Caffèlatte, cereali e frutta.
Centrifuga, jogurt e muesli.

Caffè, pane olio e sale.
Acqua tiepida con succo di limone, tè e crackers di mais con marmellata.
Succo d’arancia, toast prosciutto e formaggio.
Sulle centrifughe poi si apre un capitolo dai risvolti compulsivi
date le infinite combinazioni.
Mio padre ha vissuto una vita piena.
Dagli anni della Marina girando per il mondo con navi bellissime ai trent’anni passati in Olivetti vivendo a pieno il periodo glorioso di un’azienda storica del nostro Paese.
I suoi racconti ci hanno sempre incantato e fatto sorridere.
La sua vita è stata abbondante, anche ora che le sue giornate sono tutte uguali lui le riempie di piccoli piaceri senza mai chiedere troppo ne a se stesso ne agli altri.
Lui è felice e grato perché ora che la sua vita volge al termine
ogni giorno è un dono.
Mio padre ha il cuore leggero.
Lo guardò mentre continua parlare con aria divertita
e già mi manca...

 

Se avessi una figlia

 

Se avessi una figlia
prima di tutto
le insegnerei

l’amore per il proprio corpo.
Le insegnerei ad ascoltarlo
perché
il nostro corpo sa quando è il momento di diventare madre,

quello giusto.
Il nostro corpo sa cosa vuol dire far nascere una vita
e prendersene cura ancor prima
che venga alla luce.
Il nostro corpo sa quando l’ennesimo schiaffo è troppo. Il corpo si trasforma insieme a noi,
si modifica
si plasma
è testimone della nostra esistenza.
Le rughe sono ruscelli
dove scorrono
gioie e tormenti.
Le mani prendono forme diverse.
Ci sono mani che si nascondono
nervose,
callose,
curate,
non curate,
mani che sono state accarezzate e
quelle che hanno dato pugni.
Ma la parte che prediligo
sono gli occhi,
rimangono immutati nel tempo.
Hanno la stessa dimensione,
forma e colore
dalla nascita fino all’ultimo giorno.
Rimango incantata quando osservo

gli occhi dei vecchi,
come lanterne che illuminano visi di pietra. Brillano di una luce speciale.
Mi perdo ad immaginarli da giovani.
Visi lisci,
schiene dritte, chiome folte,
ma con gli stessi occhi
che illuminano volti acerbi.

Figlia mia,
abbi cura del tuo corpo,
rispettalo,
proteggilo,
non lasciare mai che qualcuno
ti faccia sentire inadeguata.
Non vergognarti mai dei suoi cambiamenti, sono la tua storia.

 

Vestiti Stretti

 

La sveglia suonò come ogni mattina,
un taglio improvviso lo riportò alla vita.
Fuori la città sonnecchiava incurante della sua fatica.

Si guardò allo specchio
il viso sgualcito dagli anni lo fissava in modo impietoso.
Si lavò con cura e mise su il solito profumo che lo accompagnava da sempre.
I vestiti erano già pronti dalla sera prima,
abito scuro, camicia bianca inamidata e cravatta rigorosamente
in tinta unita blu.
Prese delicatamente la camicia e la indossò,
ma con sua grande sorpresa non riusciva a chiudere i bottoni
si era ristretta, maledizione!
La lanciò sul letto con irritazione e passò ai pantaloni,
ma anche quelli erano troppo stretti.
Per non parlare della giacca, almeno due taglie in meno.
Aprì l’armadio e notò che tutti i suoi vestiti si erano ristretti
incredulo pensò di essere vittima di qualche maleficio.
Prese una grande borsa e la riempì di vestiti e rabbia.
La Sig.ra Marisa, maga dell’ ago e filo l’avrebbe aiutato di sicuro.
“ Arrivo, arrivo... non son mica sorda! Quanta fretta avete sempre!”
Distese i vestiti sul tavolo e dopo un attenta valutazione decretò
“ Non c’è più niente da fare, non può più indossarli, sono troppo stretti per lei! ”
“ Questo lo vedo anch’io... magari se controlla bene c’è ancora un po’ di stoffa all’interno per allargarli quanto basta. ”
“ Non sono mica una maga io!!” sbottò “ siete tutti uguali, venite qui pensando che ci sia sempre una soluzione,
ma non è colpa mia se siete cresciuti.”
“ Figuriamoci! Alla mia età non si cresce più.”
“ Quanto vi sbagliate, è proprio alla vostra età che si cresce.
Ci vogliono anni per scolpire la forma giusta,
ci vuole disciplina e impegno,
ci vogliono gli strumenti giusti,
ma sopratutto bisogna sapersi ascoltare. ”
L’uomo se ne andò sbattendo la porta, portando con se la borsa di rabbia e vestiti.
Quella sera scese a fare due passi,

dei ragazzi schiamazzanti urlavano al mondo la loro onnipotenza.
Si sentivano forti e sicuri.
Non potè fare a meno di notare che indossavano vestiti abbondanti, troppo. Dovevano ancora crescere.
Pensò che forse la maga Marisa avesse ragione,
ci vogliono anni per imparare a guardarsi,
per capire la propria forma.
Altrimenti ti svegli un mattino e ti rendi conto che i vestiti ti stanno stretti, che non sono più quelli giusti...

 

Terzo piano grazie

 

“Terzo piano, grazie.”

Ci guardammo con complicità
mentre l’uomo del quarto piano abbozzò un sorriso di convenienza. “ Arrivederci, buona serata! ” concluse.

La nostra era stata una buona serata. Io avevo indossato il rossetto rosso, Tu la camicia bianca,
io ero stata spiritosa, a tratti leggera, ma senza esagerare.

tu avevi intrattenuto tutti
con il racconto dettagliato del nostro ultimo viaggio. Avevamo anche ballato.
Io adoro ballare,
tu ti concedi raramente,
solo quando mettono i successi
degli anni d’oro,
quelli che non muoiono mai...
Tu chiudesti la porta,
ma a me sembrò un portone.
Il rossetto era ormai svanito,
un aria sgualcita si rifletteva nello specchio,
avevo bevuto fino al riso
dissolto ormai nel buio del corridoio
di una casa spenta.
Nell’oscurità dell’indifferenza i suoni diventano grida. Tacchi, tacchi,
scale,
interruttore,
chiave,
maniglia, porta...
Il silenzio serpeggiava tra le stanze,
era diventato una presenza amichevole,
compagna di tanti momenti.
Nel silenzio i dialoghi muti prendono vita,
la rabbia si nutre delle parole non dette

le orecchie sentono sospiri perduti. Chiusi la tenda
che come un sipario
licenza gli attori,

almeno per oggi... buonanotte signori.

 

E quindi?

 

Su una spiaggia di un posto lontano

tu mi leggesti l’anima.
Mi parlavi di oceani, mi sussurravi l’amore.

E quindi?
Io ci ho creduto.

E quindi?
Ti ho seguito.
Abbiamo camminato insieme, ma non sempre allo stesso passo.

E quindi ?
Mi sono fermata e ti ho aspettato. Poi sono diventata madre.

E quindi?
Tu mi hai amato.
Amavi me attraverso lei.
Amore puro, fragile ma così potente da metterci a nudo.
Tu con le tue paure
e io con le mie insicurezze.

E quindi?
Abbiamo fatto un altro figlio.
I miei contorni svanivano gradualmente,
il confine tra me e loro si sbiadiva giorno dopo giorno.

E quindi?
L’ Io e’ diventato Voi.
Io non mi sono più trovata. Tu non mi hai più cercata.

E quindi?
La tua presenza è diventata traccia. La tua indifferenza era la mia forza.

E quindi?
Ho ricominciato a sognare.
I sogni spaventano i Re più delle spade, tu avevi paura.
Io non ti volevo più nei miei sogni.

E quindi?
Ogni giorno scoprivo nuovi tesori dimenticati da anni,
nuovi talenti a te sconosciuti.
Tu non hai chiesto e io non ti ho detto.

E quindi?
Io mi sono innamorata, di me.
Non potevo più fare a meno di quell’amore, che mi accarezzava l’anima,
e mi curava le ferite.
Che mi faceva sentire amata.

E quindi? E’ finita.

 

L'amore imposto

 

Basta, basta lasciami stare!
Non mi chiamare,
non mi pensare,

non sono io a dare un senso al tuo amore. Dimentica i lunghi baci,
dimentica il mio odore
e le mie mani nelle tue

nascoste.

Non mi nasconderò più nelle tue pieghe. Non pronuncerò il tuo nome,
almeno per un po’,
finché non capirò dov’è il mio confine. Dove inizio io e dove finisci tu.

Hai generato amore
l’hai cresciuto, nutrito, curato difeso senza tregua.

L’hai preteso,
mascherato da rispetto.
Il rimorso è la tua spada.
Come un innamorato tradito,
che vaga esausto inseguendo il nulla, ora mi cerchi,
senza sosta.

Il mio riflesso ti assomiglia,
dalla mia bocca escono parole conosciute, figlie di un lingua familiare.

Ora lasciami,
lasciami andare, dolcemente. Abbandono la sponda,

senza dolore, senza rancore. Felice.

Poi tornerò. Tua figlia.

 

Il risveglio

 

A casa mia...

 

Non apritevi occhi miei.
Voglio rimanere qui, tra il profumo di lenzuola e quello del caffè.
Immobile ad ascoltare la vita.
Qui è dove si rifugia la mia anima, dove i pensieri accarezzano il cuore.
I ricordi si impallidiscono
stringo a me le gambe  per rifugiarmi nel grembo materno
quasi per prolungare quel flebile piacere.
Anima mia, non fuggire
voglio ancora lasciarmi cullare dalle tue mani, dal dolore addolcito e taciuto.
Non rifugiarti nei vicoli bui alle prime luci dell’alba
quando la ragione si presenta come un ospite inatteso.
Un raggio di luce mi scalda il viso, stringo gli occhi per non vederlo.
Vai via.
Io non ti voglio.

La stanza prende forma intorno a me.
Spietato mattino, crudele alleato che sbiadisci l’amore mio…

 

Pensieri inutili

 

C’e un preciso momento in cui ho la percezione di andare verso qualcosa di nuovo .
Quando il blu fa capolino, quando il mio viso viene illuminato dal nuovo sole.
Sotto, nuvole di cotone e roccie di cartapesta si intrecciano in una amorevole danza.
Tutto sembra un po’ più distaccato, i rumori familiari che solitamente rimbalzano sordamente nella testa si liquefano, lentamente, lasciando spazio a inutili pensieri.
Tanto amata inutilità, compagna perenne della mia anima.
Ho sempre preferito un regalo inutile a uno utile.
L’inutile ti culla, accompagna la tua mente verso strade sospese .
Inutile e’ un abatjour, ma quando mi ci sederò accanto a leggere il mio libro, lei mi terrà compagnia lasciandomi scivolare nel mio guscio.
Inutile è un quaderno dalla carta preziosa.
Inutile è il cuscino soffice.
Inutile è il rossetto vermiglio che mi fa sentire bene.
Inutile è la mia tazza.
Inutile è un messaggio custodito per anni nel portafoglio.
Inutile è un sogno irrealizzabile
è voler rivivere il giorno prima.
L’inutile per me è ossigeno, puro piacere.
Un dolce tira e molla tra anima e corpo.
Il mondo inutile è dove vorrei vivere....
anche solo per la durata di un soffio che mi accarezza il viso
e mi scalda il cuore.

 

La Signora Cinzia

 

La Signora Cinzia, portiera dello stabile in via Meravigli 13.

Alice si chiese come mai se ne fosse andata, senza una parola, avvolta nella sua follia. Trent’anni nella stessa portineria.
Trent’anni a prendersi cura silenziosamente delle vite altrui.
Ogni giorno uguale a quello precedente.

Gli stessi gesti, le stesse parole che si srotolavano in una ripetitiva cantilena.

Buongiorno, buonasera, bentornati, buone vacanze...
Timidamente si informava. Curiosa, affamata di un mondo a lei sconosciuto.

Lei non partiva mai.

Le sue vacanze le passava sempre a casa, nell’appartamento al primo piano, prendendosi cura del burbero marito e del suo vecchio cane.
Certe sere, nelle calde notti estive, quando le finestre rimanevano aperte, li sentivo discutere.
Lui le sputava in faccia tutta la sua arroganza, lei si chiudeva sempre di più in un assordante silenzio.

Giorno dopo giorno la sua anima si consumò e diventò così sottile e leggera da prendere il volo. Quella mattina la salutai come ero solita fare, ma lei non mi rispose.
Non mi riconobbe.
In una notte cancellò tutta la sua vita.

I suoi occhi erano assenti, ma scorsi tra le sue labbra un timido sorriso compiaciuto. La sua anima si era allontanata saltellando alla ricerca della vita, finalmente libera. La sua follia l’aveva salvata.

Buon viaggio Signora Cinzia.

 

Strappi

 

Via Val Cismon
10 marzo 2015

Uno dei tanti sfratti.

Hanno messo sulla strada la mia vita,
il mio letto, la mia poltrona.
Guardo la mia casa parcheggiata all’angolo e mi chiedo con chi essere incazzata

a chi rivolgere le mie bestemmie.
A mio padre che si è perso in un bicchiere.
A mia madre che ha accettato tutto, troppo.
Allo stato che non mi ha protetto.
A me stessa che non ho avuto la forza di seguire la mia anima.

Ho voluto credere alle bugie che mi hanno raccontato.
L’ uomo perfetto non esiste
ti devi accontentare.
Il lavoro è lavoro, non ti deve piacere
ti devi rassegnare.
Le banche rubano soldi e basta
non lasciarti fregare.
I politici vogliono solo arricchirsi
non ci credere.
Lo stato gira lo sguardo, è assente
non ci contare .
Se non hai una raccomandazione non puoi neanche sognare. Urlo la rabbia al poliziotto che mi trascina fuori dalla mia vita. Urlo di rabbia perché ci ho creduto.
Ho creduto a tutti quelli che mi hanno raccontato
che la vita fa schifo
che devo accettare
che mi devo rassegnare
che mi devo accontentare
che mi hanno proibito di sognare.
Urlo la rabbia ma la mia voce non si sente.

Un silenzio assordante mi accompagna mentre con la mia valigia mi allontano dal mio divano parcheggiato accanto al motorino.
Andate tutti al diavolo.... Ah se l’avessi detto prima...

 

L'incantatore cinese

 

Piazza Cordusio

14 gennaio 2015

 

Silenziosamente ogni giorno entra in scena. Stende per terra una piccola stuoia,
una ciotola d’acqua,
un cesto di verdure fresche.

Su un fianco srotola un piccolo astuccio di stoffa contenitore prezioso delle sue magie.
Lentamente si inginocchia
alza il viso mostrandosi al pubblico immaginario. Pelle di pietra, sguardo tagliente.

Mani nodose consumate alla vita dal sole perpetuo. Prende la prima lama
l’accarezza amabilmente
come si fa con l’amico fedele.

Dalla cesta sceglie un bel pomo purpureo
lo gira e lo rigira nelle mani aspettando il giusto momento.
Alcuni curiosi si fermano in attesa.
Un taglio
un taglio
un’altro ancora.
Ed ecco che dalle mani sguscia un bel pesciolino viola,
lo lava e delicatamente lo pone davanti a se.
Un lieve brusio d’ incanto si srotola nell’aria.
Dalla cesta nuovamente estrae un tubero che sotto la sua lama
si trasforma in una fiera fenice dal becco di carota.
Poi una rosa, una coppia di pesci in amore e un magnifico cigno bianco. Passano tutti dall’acqua come in una sorta di battesimo
per poi andare nella vita degli altri.
Rimango a guardare questo incantatore, sono rapita dai suoi gesti sapienti.
Per due soldi mi porto via un pesce arancione, lo metto in tasca per custodirlo bene.
Mentre mi allontano, sorrido al pensiero di essermi impossessata di un pugno della sua magia.