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Frammenti di un uovo

Questo è un progetto sull’identità.

 

Nasce da una storia personale, quella di mia madre,

ma attraversa anche le vite di molte donne della sua generazione,

cresciute in un tempo che lasciava poco spazio

alla ricerca di sé .


La sua esistenza è stata caratterizzata

da una continua ricerca dell’altrove.

Città, lavori e compagnie si sono susseguiti negli anni

nel tentativo di placare questa sete di felicità,

mai pienamente colmata.


Gli ultimi quindici anni, segnati dalla malattia,

hanno ridefinito il nostro tempo condiviso.

Avevo bisogno di attraversarli, di comprendere e di accettare,

per poi trasformarli in memoria.


Un progetto profondamente personale

che diventa, al tempo stesso, il riflesso di una condizione collettiva.

Il tentativo silenzioso di trovare, nel corso di una vita,

un luogo in cui sentirsi finalmente interi.

​

Nel nostro giardino c’era pace.
Le foglie parlavano piano, solo per noi.
Ogni cespuglio era un castello, ogni ramo un ponte magico.
Con il velo in testa e i fiori d’arancio tra le dita,
sognavo di essere sposa, la più piccola del mondo.
Le mie sorelle ridevano e con i visi vermigli si rincorrevano tra gli alberi di limone.
Eravamo felici.
Fuori c’era la guerra, ma lì dentro nessuno la trovava.
Ogni pomeriggio sembrava per sempre
e a noi bastava così.

Tra le pieghe del vestito una nuova vita prendeva forma.

E io, con il cuore che correva più dei passi,

feci il mio primo ballo.

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Ogni respiro è un ritorno

Sospesa mi arrendo alle onde materne.

Ogni respiro è un ritorno.

Mi affido.

Rimango.

Galleggio sul mio confine.

Nessuno mi ha insegnato a sognare, a meravigliarmi della vita.

.

Sono nata in un tempo che non si faceva domande,

solo passi leggeri e sorrisi composti.

Mia madre mi ha insegnato a non incrociare le gambe,

a non alzare la voce.

Non serviva sapere troppo,

bastava essere perbene.

Lo studio era un lusso superfluo

per chi aveva un destino già scritto.

Nessuna di noi ha preso una laurea.

Per essere una buona moglie

non serviva un titolo,

bastava un cuore in silenzio.

Non mi hanno chiesto cosa volessi

e forse, a dire il vero,

nemmeno io lo sapevo.

I sogni non li avevo mai sentiti nominare.

Tenevo i miei pensieri piegati come fazzoletti

in fondo a un cassetto che nessuno apriva.

Ho fatto tutto come mi avevano detto.

Ho amato i miei figli,

ho tenuto il mio posto con onore.

Ma c’è una parte di me che non ha mai parlato.

A volte la sentivo respirare

alla sera, quando tutti dormivano.

Era fatta di “ma se”,

di piccole ribellioni mai nate.

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Era un amore gentile, fatto di gesti misurati e di sguardi timidi.

Era un amore che sapeva di mare e si scaldava al sole.

Profumava di limoni e basilico.

Era un amore composto.

Lei era il suo mondo.

Lui l’amava più di quanto lei potesse ricambiare.


Lui la guardava
con la timidezza limpida dei puri.

La prima notte
non fu l’amore a scoppiargli nel petto,
ma la meraviglia.
Tremò come un bambino davanti al miracolo.Le baciava le mani lentamente,
come si sfiora un sogno
che si teme possa dissolversi.

Ora che lui non c’è più,
lei sente ancora quelle mani sulle guance,
quelle dita leggere,
in cerca della sua pelle.Si volta nel vuoto
e trova solo la sua assenza.

Ogni sera prega,
prega che lui ritorni
nel sogno,
nell’ombra,
nel silenzio. E lui,
che l’amò oltre ogni tempo,
ogni tanto ritorna,
come un segreto.

Avevo 23 anni.
Fu una nascita che ne generò un’altra.
All’alba nacquero una madre e una figlia.

Nessuno ti prepara a diventare madre.
Non c’è rito.
Non c’è una soglia.
Non c’è un istante preciso
in cui smetti di essere figlia
e inizi a essere rifugio.

 

Avevo 23 anni,
le mani ancora acerbe di vita,
ma già colme
di un peso antico.

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Non ho mai saputo dire
“ti voglio bene”.
Le parole mi restavano ferme,
come pane secco in gola.

Tagliavo,
impastavo,
assaggiavo piano,
in ogni piatto mettevo
tutto quello che non riuscivo a dire.

“Mangia ancora”,
al posto di una carezza.
“Ti sbuccio la frutta”
era come un bacio.

La cena è finita.
Il lavello è pieno
di stoviglie stanche,
la schiuma scende lentamente,
i bicchieri inclinati,
le posate intrecciate come mani,
e so che lì dentro
è rimasto tutto quello che volevo dirvi.

Vi ho amato così:
riempiendo la tavola,
cucinandovi i vostri piatti preferiti,
ma anche facendovi mangiare
ciò che non vi piaceva,
perché era giusto così.

“I ragù you.”

Anni

dopo anni

Perla

dopo perla

 

La vita si compone da sola.

Non dovrei fumare.
Lo so.

Per me
è un gesto antico,
familiare.

L’accendo.
Una boccata
e la tavola
non è più sola.

Un’altra boccata
e diventa
un tavolino da gioco.

Le carte scorrono freneticamente.
Le voci si sovrappongono,
come allora.

Ci raccontiamo la vita,
tra lacrime e risate.

Davanti a me
tutto è al suo posto:
il taccuino,
la penna d’argento,
il piccolo portacenere smaltato.

Una boccata ancora,
le mani tremano,
le carte si confondono,
i pensieri si fanno fumosi.

Ma questo gesto no.
È rimasto.
Intatto.
Non è stato corroso dal tempo.

Inclino leggermente il polso.
Faccio l’ultimo tiro e, per un istante,
mi ritrovo.

Dov’è il mio Dio?
Voglio guardarlo negli occhi.

Voglio urlargli addosso tutta la mia rabbia
ti sei preso tutto,
cos’altro ti serviva?

Quanti cuori hai lasciato nel silenzio.

Ogni sera prego
di rivedere l’amore mio,
anche solo per un istante.

Ho bisogno ancora di sentire la sua voce,
di toccarlo,
di baciare le sue mani come lui faceva a me.

Ridammi mia madre.
Mi hai rubato anche le mie sorelle.

Ladro.

Ladro di carezze,
ladro di ricordi che svaniscono
a ogni sorgere del sole.

Anche stasera ti prego,
distogli il tuo sguardo,
lascia cadere dalle tue avide mani
qualche goccia d’amore,
per placare, anche solo per un istante,
questa sete.

A Dio piacendo.

Mamma,
ti sussurravo nelle lunghe notti silenziose.
“Voglio tornare nell’uovo”
e tu
sollevavi le coperte.

Mi accoccolavo nel tepore del tuo ventre,
piccola piccola,
cuore contro cuore.
Ed ero in pace.

Oggi voglio essere solo figlia.
Posso piangere mia madre.

La madre che cuciva vestiti alle bambole
e ricamava l’amore
sul broccato dorato dei miei sogni.

Ma tu, mamma, eri molto di più.
Una mano tesa, sempre,
ma a modo tuo.
Prigioniera dei tuoi confini.

A volte madre,
a volte guerriera,
inseguivi nemici invisibili ai miei occhi.

Hai combattuto tanto,
anche guerre inutili.
Battaglie che ti hanno resa cieca,
non hai visto tutto l’amore che ti avvolgeva.

Ma tutto questo ormai
è leggenda lontana,
una favola amara che si perde nel tempo.

La malattia è bastarda, silenziosa, ladra,
ha rubato tutto.

Ti ha resa fragile, smarrita,
non più madre,
ma figlia.

E noi, come genitori pazienti,
ti abbiamo lavata, nutrita, guidata per mano.

È stato un cammino ruvido,
spigoloso d’amarezza e rimpianti.

Tu piena di rabbia,
noi col vuoto
di una madre che ci mancava.

Ma oggi voglio tornare a essere figlia.
Ne ho bisogno.
E tu, di nuovo, madre.

Perciò apri le tue coperte, mamma,
e stringimi forte.

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